di Chiara Mantovani (*)
Nota di Massimo Introvigne: Pubblico un importante contributo della
dottoressa Chiara Mantovani, di Alleanza Cattolica, membro della
Direzione Nazionale di Scienza & Vita, per capire perché è
importante la questione se l'itinerario che inizia con la
somministrazione della "pillola che uccide", la sinistra pillola
abortiva RU486, debba svolgersi interamente in ospedale - come secondo
il governo nazionale vuole la legge - ovvero la pillola possa essere
somministrata in "day hospital", consentendo poi alla donna di abortire a
casa sua. Dopo la "rossa" Emilia Romagna ora anche la presidente Bresso
della Regione Piemonte ha scelto di offrire la possibilità del "day
hospital", sostenendo che così facendo applica la legge, mentre il
governo nazionale italiano sostiene il contrario ("Repubblica",
5.2.2009). Premesso che (a) siamo contrari all'aborto, che è sempre come
afferma Benedetto XVI nella "Caritas in veritate" una "ingiustizia
inaudita"; e (b) siamo ancora più contrari alla RU486, che banalizza
ulteriormente l'aborto; è però anche vero che (c) stabilire che chi
vuole usare la RU486 deve farlo in ospedale, fino al completamento della
procedura abortiva, costituisce almeno una piccola remora e una piccola
limitazione, e quindi i politici che sostengono la possibilità del "day
hospital" vanno segnalati per lo speciale contributo che danno a quella
che il Papa chiama la "cultura della morte".
La Bresso in Piemonte è sostenuta dall'UDC e ha sottoscritto con l'UDC
un accordo che cita i valori della "vita". Ma siccome non li precisa è
evidente che ognuno firma dando alla parola "vita" un significato
diverso. Per la Bresso quella dei bambini non nati uccisi con l'aborto
non è veramente "vita" come - lo ha detto lei - era solo "vita
artificiale" ("L’Unità", 23.1.2009) quella di Eluana Englaro. D'altro
canto insieme all'accordo con l'UDC la Bresso ne ha sottoscritto un
altro con la Lista Bonino-Pannella, definendo quella della Bonino nel
Lazio "la migliore candidatura possibile" in un incontro in cui si è
inneggiato alle "battaglie civili" dei radicali (video: http://www.radioradicale.it/scheda/295971). Quale sia l'"impegno
per la vita" della Bresso è ora definitivamente chiarito dalla scelta di
offrire la RU486 in "day hospital".
Ma perché è così importante rispettare un protocollo che preveda il ricovero della donna dalla somministrazione fino al completamento del percorso abortivo? Non è una questione secondaria né moralistica, né calza evocare a sproposito pratiche inquisitorie. Chi è a favore del “day hospital”, per quanto talora sostenga il contrario, ha a cuore la diffusione di una cultura dell’aborto fai-da-te, trasformato in una privatissima faccenda da sbrigare a casa, banalmente riduttiva: “che sarà mai abortire? È facile come bere un bicchier d’acqua…”.
Il mondo “pro life”, paradossalmente, si appella al rispetto almeno della legge 194 sull’aborto, che pure è una legge ingiusta, perché è persuaso che ci siano responsabilità da condividere, alternative da proporre, aiuti da portare, vicinanza concreta che non ha occasione di applicarsi nella fretta di sette settimane. Sempre che si ritenga davvero un traguardo da raggiungere quello di evitare aborti. Si chiede dunque ai difensori della 194 – fra cui evidentemente non ci annoveriamo – di rispettare almeno quella legge. E il “day hospital” per la “kill pill”, la pillola che uccide, come ha spiegato con ragione il ministro Sacconi, non è compatibile neppure con la legge 194.
Ci sono, poi, molte buone ragioni per considerare l’uso del “day hospital” per la RU486, che ora la presidente Bresso vuole imporre in Piemonte, un vero incentivo all’aborto e un trionfo della “cultura della morte”:
1) Il mifepristone, lo steroide sintetico che è il principio attivo della pillola RU486, ha mostrato di essere un composto chimico che contempla effetti collaterali non trascurabili: 29 morti nelle zone del pianeta dove la sorveglianza farmacologica è alta non sono uno scherzo. Soprattutto quando non si hanno dati attendibili sulle reazioni avverse avvenute là dove l’RU 486 e le prostaglandine sono somministrate in modo massiccio: India e Cina, per esempio, dove vengono anche prodotte su licenza della casa farmaceutica che ne detiene il brevetto. Monitorare attentamente il decorso sintomatologico di una sostanza appena immessa in commercio dovrebbe essere una priorità scientifica del Sistema Sanitario Nazionale. E i luoghi preposti al monitoraggio compiuto dalla scienza medica sono gli ospedali.
2) È brutale costringere le donne, con l’illusione della “facilità” e il capovolgimento semantico della nozione di privatezza, a monitorare da sole l’espulsione del “prodotto del concepimento”, cioè del bambino che è ucciso con l’aborto, e ad assumere antidolorifici di auto-somministrazione, e a giudicare se le perdite ematiche hanno carattere di emorragia oppure sono nella “norma”. Si presenta come “progresso” la possibilità di chiamare l’ospedale 24 ore su 24, ma non è un servizio innovativo: si chiama guardia medica, da molti decenni, ed è attivo anche per il mal di gola.
3) Non si può costringere qualcuno ad un ricovero coatto (TSO a parte, il trattamento sanitario obbligatorio: ma ci vuole un decreto del sindaco, per motivi seri e documentati di incapacità di giudizio e di autogestione del paziente). Se un medico tranquillizza la paziente (“non c’è problema, vada serena a casa”), quale direttore sanitario gli rimprovererà di risparmiare da tre a quindici giorni di costoso ricovero? La modalità del “day hospital” è troppo evidentemente più vantaggiosa in termini di costi a carico delle strutture pubbliche: difficilmente, una volta introdotta, si rinuncerà a questa possibilità, che diventerà la routine e la norma.
4) La RU 486 sta diventando anche il modo di delegare alle donne tutto il problema aborto, negandone la valenza di responsabilità e di competenza sociale. E dopo trent’anni di aborti chirurgici, anche i chirurghi sono un po’ in crisi: non è indolore aspirare feti e embrioni tre volte a settimana. Per la donna abortire è un trauma, si spera unico (anche se le statistiche ci dicono che è spesso ripetuto), ma far abortire dieci-venti-trenta volte a settimana per il medico è una pratica psicologicamente devastante. Scrivere una ricetta è decisamente più facile. L’aborto chimico è anche una delega di responsabilità del mondo medico. Non abbiamo bisogno di scaricabarili, ma di una cultura della vita.

